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Coordinatore Commissione Scientifica MondoFarmacia
L’insulino-resistenza non è una patologia glicemica in senso stretto, ma un’alterazione del segnale insulinico a livello dei tessuti bersaglio. È questo un punto concettuale fondamentale: nelle fasi iniziali l’insulina è presente, spesso in quantità elevate, ma il suo messaggio intracellulare viene trasdotto in modo inefficace. La glicemia può restare nei limiti per anni, mentre il sistema metabolico lavora in costante compenso.
In condizioni fisiologiche l’insulina attiva prevalentemente la via PI3K–Akt, responsabile della traslocazione di GLUT4 nel muscolo, dell’inibizione della gluconeogenesi epatica e della soppressione della lipolisi nel tessuto adiposo. Nell’insulino-resistenza questa cascata viene progressivamente “disturbata”: il pancreas secerne insulina, ma fegato e muscolo rispondono sempre meno, costringendo a una iperinsulinemia compensatoria.
Uno dei meccanismi patogenetici più solidi è il cosiddetto lipid overload. In condizioni di surplus energetico cronico, il tessuto adiposo perde la capacità di contenere i lipidi e si assiste a un accumulo ectopico di grasso in fegato, muscolo e pancreas. All’interno delle cellule, intermedi lipidici come diacilgliceroli e ceramidi attivano chinasi pro-infiammatorie (PKC, JNK, IKKβ) che fosforilano i substrati del recettore insulinico su residui di serina anziché di tirosina, indebolendo la trasmissione del segnale verso PI3K–Akt. Il risultato finale è una ridotta traslocazione di GLUT4 e una minore captazione di glucosio.
A questo quadro si sovrappone la metainfiammazione. Il tessuto adiposo viscerale, quando ipertrofico e disfunzionale, agisce come un vero organo immuno-endocrino: richiama macrofagi, produce citochine come TNF-α e IL-6 e attiva vie infiammatorie croniche a bassa intensità. Non si tratta di un’infiammazione acuta, ma di uno stato persistente che interferisce direttamente con la segnalazione insulinica e ne amplifica la resistenza.
Il fegato rappresenta spesso il primo organo a “disubbidire”. Nell’insulino-resistenza epatica l’insulina perde la capacità di sopprimere la gluconeogenesi, mentre paradossalmente può restare attiva la lipogenesi de novo. Clinicamente questo si traduce in un aumento della glicemia a digiuno e in una stretta associazione con la steatosi epatica non alcolica, che può essere considerata una vera manifestazione epatica dell’insulino-resistenza.
Il muscolo scheletrico, principale responsabile della captazione del glucosio post-prandiale, diventa progressivamente meno efficiente, soprattutto in presenza di sedentarietà, ridotta capacità ossidativa e disfunzione mitocondriale. Ne consegue un prolungamento dei picchi glicemici post-prandiali e un ulteriore stimolo alla secrezione insulinica.
Nel tempo entrano in gioco fattori cellulari trasversali: stress ossidativo, stress del reticolo endoplasmatico e disfunzione mitocondriale convergono sull’attivazione delle stesse vie pro-infiammatorie che bloccano il segnale insulinico. Anche il microbiota intestinale, attraverso fenomeni di endotossinemia metabolica, può agire da amplificatore dell’infiammazione sistemica in soggetti predisposti. Ormoni dello stress e disturbi del sonno completano il quadro, peggiorando la sensibilità insulinica soprattutto a livello epatico.
Dal punto di vista diagnostico, l’insulino-resistenza resta una condizione difficilmente “fotografabile” con un singolo parametro. Il clamp euglicemico-iperinsulinemico rappresenta il gold standard sperimentale, ma è poco applicabile nella pratica. In ambito clinico si utilizzano indici surrogati: l’HOMA-IR, basato su glicemia e insulina a digiuno, è il più diffuso, pur con tutti i limiti legati alla scarsa standardizzazione dell’insulinemia. Gli indici dinamici derivati da OGTT con misurazione dell’insulina, come il Matsuda index, risultano spesso più sensibili nel cogliere le fasi iniziali. In assenza di insulina, parametri come trigliceridi elevati, rapporto TG/HDL sfavorevole e steatosi epatica forniscono indicazioni cliniche molto utili.
Un aspetto cruciale è ciò che non misura l’insulino-resistenza: la glicemia a digiuno isolata e l’HbA1c possono restare normali a lungo, mentre il compenso insulinico è già attivo. Clinicamente, la progressione tipica va da una fase iniziale con normoglicemia e iperinsulinemia, a una fase intermedia con alterazioni post-prandiali, fino al diabete conclamato, in cui alla resistenza si associa il deficit funzionale delle β-cellule.
In quest’ottica, l’insulino-resistenza va letta come una condizione dinamica e potenzialmente reversibile nelle fasi precoci. Intercettarla prima che diventi “glicemia alta” significa intervenire sul terreno metabolico, non solo sul numero, con un impatto reale sulla prevenzione del diabete e delle sue complicanze.




