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Con il coltello dalla parte del panico

Con il coltello dalla parte del panico

2,5 milioni è il numero di italiani che, a fine novembre 2023, risultava soffrire di attacchi di panico. Sono dati forniti da ANSA ma, probabilmente, sono dati ampiamente sottostimati, perché, non raramente, “chi ne ha sofferto o ne soffre, lo fa in silenzio”, spiega il neurologo Rosario Sorrentino, uno dei massimi esperti di panico e di disturbi d’ansia.

Ma da dove origina il “panico”?

Il termine, suggerito dalla mitologia greca, deriva dal dio Pan, dio dei pascoli e della Natura. Noto per il suo aspetto spaventoso, con il corpo mezzo umano e mezzo caprino, il viso barbuto e le imponenti corna, era solito tendere imboscate alle Ninfe dei boschi per possederle, suscitando in loro un terrore vivo e attanagliante, il “timor panico”. Un episodio, cioè, di ansia acuta e purissima, che può manifestarsi improvvisamente o come conseguenza di un evento spaventoso o stressante.

SINTOMATOLOGIA

L’ansia si accompagna a una complessa serie di sintomi somatici, quali:

  • sensazione di fiato corto o di soffocamento
  • tachicardia, palpitazioni, aumento della sudorazione
  • dolore al torace
  • tremori, brividi o vampate di calore
  • vertigini, capogiri, sensazione di stordimento o di svenimento
  • parestesie del viso, delle mani e dei piedi.

Il terrore, che ne consegue, induce il soggetto a pensare di essere prossimo alla morte, con conseguente aggiunta anche della componente psicologica:

  • paura di perdere il controllo
  • paura di impazzire
  • paura di morire.

“Chi si trova in questa condizione prova una sensazione di de–realizzazione e depersonalizzazione” – spiega Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute mentale del Fatebenefratelli – Sacco. “Si sente estraneo a se stesso, percepisce la realtà che lo circonda come lontana, ignota anche se abituale.

Una sensazione terribile, si sente la morte imminente, senza vie di scampo.

C’è chi dice di aver l’impressione di essere prigioniero in un armadio”.

Parliamo di un evento a insorgenza rapida e intensa, che raggiunge il suo apice in circa 10 minuti, per poi risolversi in 15-20 minuti, anche se, chi lo vive, ha la percezione di un episodio molto più duraturo.

Specialmente chi sperimenta per la prima volta un attacco di panico, vive nel terrore di soffrirne nuovamente, con effetti negativi nella vita sociale e lavorativa.

“La paura di provare nuovamente paura” alimenta se stessa, in un circolo vizioso in cui la paura genera ansia e l’ansia si trasforma in panico, che determina la componente psicosomatica dell’attacco.

DISTURBO DI PANICO

Gli episodi possono presentarsi in forma isolata o comparire più volte, anche nell’arco della stessa giornata. È la frequenza con cui si manifestano a distinguere, infatti, un “attacco di panico” da un “disturbo di panico”. Quest’ultimo rientra tra i 7 disturbi d’ansia definiti dal DSM-5, il “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, uno dei sistemi nosografici di riferimento per i disturbi psicopatologici. In questo caso, trattandosi di un “disturbo”, non si evidenziano cause scatenanti, per cui gli attacchi sono definiti “inaspettati”.

Alla base del disturbo di panico vi è uno squilibrio neurochimico, che causa una disregolazione del centro dell’allarme, sito nel locus coeruleus, centro nevralgico noradrenergico.

In condizioni fisiologiche, questo centro si accende in presenza di un allarme reale e attiva tutte le funzioni del corpo umano funzionali alla difesa della propria incolumità: attacco o fuga. Ma il paziente con disturbo da attacco di panico percepisce il pericolo laddove questo non sussiste: il suo locus coeruleus si attiva immotivatamente e, nel giro di 15-30 secondi, prepara la “fight or flight response”, che determina vasocostrizione, tachicardia, aumento della pressione arteriosa e della frequenza respiratoria; sensazioni di morte imminente, di perdere il controllo, di svenimento, di impazzire.

Stessi effetti, dunque dell’attacco di panico, ma cause leggermente differenti, perché il disturbo da attacco di panico è causa di una alterazione congenita del locus coeruleus, per predisposizione familiare o acquisita successivamente mediante l’utilizzo di sostanze psicostimolanti o in seguito a un evento di vita fortemente stressante, che genera quel circolo vizioso tale da determinare un “disturbo”.

Diversamente, l’attacco di panico singolo ha un razionale più spiccato, riconducibile per lo più allo stress, determinato da una concomitanza di fattori, legati al lavoro (iperlavoro, carenza di riposo, cambiamenti di ruolo, problematiche finanziarie), alla sfera personale-relazionale (lutti, gravi malattie, traumi, conflitti interpersonali, matrimonio, separazioni) o a un evento acuto (al piano alto di un palazzo, in ascensore, durante un sorpasso in autostrada, in aereo, guidando in galleria, nel tunnel durante una tac, in metropolitana, a un concerto). Tutte quelle situazioni, quindi, in cui si sente di non avere una via di fuga.

ATTACCHI DI PANICO NOTTURNI

“Quando ti coricherai non avrai paura; starai a letto e il tuo sonno sarà dolce. Non avrai da temere lo spavento improvviso (…)”.

Così recita un passo della Bibbia. Eppure lo “spavento improvviso” può presentarsi anche nel corso della notte.

Nell’attacco di panico notturno, o “pavor nocturnus”, rispetto a quelli diurno, il soggetto vive una condizione di maggiore fragilità e di impotenza, e la paura anticipatoria, ossia la paura di avere altri attacchi di panico, può ostacolare l’addormentamento, causando un peggioramento generale della qualità del sonno e l’aumento del livello di stress, con una maggiore produzione di adrenalina e cortisolo. Il soggetto vivrà, così, una condizione di allerta continua, che lo predisporrà più facilmente al risveglio, in preda al panico.

STRATEGIE

Quindi cosa fare di fronte a un attacco di panico?

Riconoscere i sintomi: è fondamentale distinguere l’attacco di panico da altre problematiche con cui condivide diverse caratteristiche, come un attacco cardiaco, per evitare di spaventarsi inutilmente e peggiorare il discomfort respiratorio.

Effettuare esercizi di respirazione: per ridurre la risposta fisica all’attacco di panico, quindi per normalizzare il battito cardiaco e controllare la sensazione di ansia.

Distogliere la concentrazione: lavarsi il viso, accarezzare l’animale da compagnia, annusare un’essenza piacevole, camminare, cantare una canzone, ripetere le tabelline, avvicinasi ad una persona che reputiamo affidabile nelle vicinanze; gesti banali per distogliere l’attenzione e ricondursi alla realtà.

Monitorare gli episodi: trovare l’eventuale correlazione causa-effetto per capire quale causa accomuna gli attacchi e per imparare ad arginarli.

Chiedere aiuto: gli specialisti in salute mentale possono aiutare il paziente sia con una appropriata terapia farmacologica che con quella comportamentale.

Ma cosa fare se ci troviamo a soccorrere una persona in preda a un attacco?

  • Offrire il proprio aiuto e non lasciare la persona da sola.
  • Portarla in un luogo aperto e arieggiato, ma non toccarla senza aver avuto il suo permesso. In un luogo chiuso aprire le finestre.
  • Parlare in modo sicuro, ma senza creare pressione, per non agitare ulteriormente la persona. Evitare frasi come “smettila”, “non è niente”, mettici un po’ di buona volontà” e preferire, invece, frasi rassicuranti, che la faranno sentire meno a disagio.
  • Solo nel caso se lo sentisse, far fare del movimento fisico (dei salti, uno scatto, una passeggiata) oppure impegnarla in compiti precisi per distrarla dalla sensazione di panico.
  • Incoraggiare il controllo della respirazione. Sembra banale, ma è il meccanismo principale per gestire l’attacco.
  • Ispirare con il naso contando mentalmente fino a tre, favorendo l’ingresso dell’aria nell’addome.
  • Trattenere il respiro almeno un secondo.
  • Espirare lentamente con la bocca, “svuotando” l’addome, rilassando il busto e contando sempre mentalmente fino a tre.
  • Cercare aiuto medico, se i sintomi non regrediscono entro poche ore.

 PANICO E LOCKDOWN

“Mi chiedo: la vita potrà essere sicura di nuovo?».

Così cantavano gli Smiths nella loro celebre “Panic”, all’alba del disastro nucleare di Chernobyl, ma è un pensiero che ha attraversato le menti di chiunque tra noi durante il periodo di panico collettivo, sperimentato durante la pandemia del 2020.

Mascherine, guanti, schermi e plexiglass a separare gli esseri umani dal virus, e quindi le persone da altre persone, le persone dagli oggetti di altre persone, la paura delle persone dalle paure di altre persone.

“Con il lockdown  siamo andati contro il paradigma etologico che si sopravvive se si sta insieme e abbiamo capito che, in questo caso, solo stando lontani possiamo sconfiggere il COVID-19”- spiega Il dott. Gianluigi Mansi, responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica degli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza. “È la prima volta che questo avviene in modo così esplicito e globale nella storia recente dell’uomo. Sono stati impediti tutti i gesti che per cultura facciamo, come il darsi la mano, l’abbracciarsi, il toccarsi e che riprenderemo con difficoltà così come è stato difficile starne senza”.

Eppure non tutti hanno sperimentato nel lockdown la “sindrome da sequestro”. Il rallentamento forzato dei ritmi di vita ha permesso, in molti casi, di lasciarsi alle spalle lo stress e l’ansia causati dalla frenesia della vita, così rigidamente scandita da orari, appuntamenti, distanze da colmare e aspettative da soddisfare.

“Rimanere a casa”, come a chiudersi in una bolla sterile in cui non esistono pericoli, quasi fosse, paradossalmente, una confortevole “panic room”, una stanza antipanico chiamata a fornire un riparo sicuro dalle minacce del mondo esterno, dove poter ridefinire le proprie priorità, dedicarsi a se stessi e dare tregua alla paura del fallimento e al timore del giudizio altrui, che rafforzano quel sentimento di fobia sociale, descritto dal modello eziopatogenetico di Clark e Wells (1995).

Un nemico esterno, comune, che fornisce una giustificazione ai risultati mancati e al ritiro dalla vita sociale. L’isolamento non è più stigmatizzato.

La fragilità collettiva ha fatto venir meno l’ansia da prestazione e da socializzazione, l’asfissiante pressione del confronto con gli altri, l’ossessione della competizione e l’esasperante corsa alla produttività, alla base di una serie di disturbi d’ansia.

Nel silenzio del lockdown siamo improvvisamente tutti sullo stesso piano, tutti vulnerabili, fragili, bisognosi, emotivamente contagiati dalle stesse paure.

In un mondo in cui è facile sentirsi soli e esposti, ecco che quell’ “accudimento sociale”, messo in atto dall’applicazione delle misure restrittive, fa sperimentare un senso di protezione, che è in grado di contenere le fragilità e il panico.

Nonostante la reazione sovradimensionata, il meccanismo messo in atto dal nostro corpo durante un attacco di panico è un vero e proprio inno alla battaglia: il fisico non cede alla minaccia, reagisce, manda segnali, scalcia, lotta per resistere, come se, per gestire le paure, non dovessimo mai smettere di affrontarle e, se un pericolo vero non c’è, rimane solo da fermarsi e… fare un respiro profondo.

di Flaminia Turi

Commissione Scientifica MondoFarmacia

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